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                    Conservazione, recupero, tutela

Situazione di Aidone e Piazza Armerina situazione di Nicosia, San Fratello

Tra le popolazioni galloitaliche è stata sempre viva la coscienza che il dialetto costituisse la principale marca della propria identità.

Oggi ci si dibatte tra due contrapposti sentimenti   e comportamenti: il timore per la sua perdita che le porta a conservare e ad auspicare una qualche forma istituzionale di tutela e, dall'altra parte, la diluizione delle sue caratteristiche in una forma sicilianizzata che rispondeva e risponde alla necessità di comunicare ed interagire con il resto dei siciliani.

L'esigenza  di un essere riconosciute come minoranza linguistica è sfociata in un documento sottoscritto il 29 gennaio 2000 dalle Amministrazioni Comunali dei centri galloitalici di Sicilia, d'intesa con l'Università di Catania, la Società Italiana di Glottologia e il Centro Internazionale sul Plurilinguismo. I convenuti vi  esprimono  la propria protesta contro la mancata inclusione delle   parlate galloitaliche della Sicilia nella legge N. 482/99 (contenente norme in materia di tutela della minoranze linguistiche storiche). Vi si legge:
-"che attualmente l’idioma galloitalico è adoperato da una popolazione che supera le 60.000 unità e che negli ultimi decenni la consapevolezza della identità linguistica delle Comunità in oggetto, da sempre manifestata nell’orgoglio per la propria parlata e per le proprie tradizioni, è diventata sempre più forte e ha dato luogo ad una fiorente produzione letteraria;
– che le parlate galloitaliche della Sicilia, dal punto di vista storico conservano la fase antica delle parlate italiane settentrionali da cui hanno avuto origine e che per i rapporti di chiusura o di apertura nei confronti del siciliano dell’area circostante rappresentano un terreno fertile di osservazione per lo studio dei contatti interlinguistici;.....
– che la specificità e l’alterità di tali parlate sono state riconosciute dagli studiosi italiani e stranieri di contatto linguistico, dai sociolinguisti e dai linguisti generali, ...."
Il documento testimonia l'importanza del fenomeno da una parte, e, dall'altra, l'indifferenza degli organi preposti alla sua tutela che in Sicilia hanno ritenuto meritevole di tutela solo le parlate greco-albanesi, che pure contano un numero molto più piccolo di parlanti.

Esaminiamo qui il modo diverso in cui i parlanti dei vari centri si sono posti e si pongono nei confronti del galloitalico:

Ad Aidone e a Piazza Armerina già alla fine dell'Ottocento se ne registrava la sua marginalizzazione all'uso in ambienti familiari e rurali; aidonesi e piazzesi percepivano il loro linguaggio come arcaico e incomprensibile agli estranei, a  quei   forestieri dai quali venivano definiti sprezzantemente "i francisi". La forma vernacolare, conservata nei documenti scritti (soprattutto composizioni poetiche dell’inizio del Novecento) e nell’uso attuale di pochi parlanti, aveva già subìto l’impoverimento morfologico e lessicale, a favore del siciliano, e mantenuto più a lungo gli esiti fonetici. All’inizio del secolo, nel 1902, Antonino Ranfaldi, un intellettuale aidonese,  scriveva in un sonetto: "A ddinga ch’ogn giurn us a v’rsùra / Nan eia com a cudda c’tatìna " (la lingua che ogni giorno uso in campagna, non è come quella cittadina), testimoniando di fatto una situazione di bilinguismo che ancora perdura: il vernacolo parlato in ambienti familiari e rurali e il "siciliano" riservato alla piazza e ai forestieri.  Oggi naturalmente la situazione si è sempre più deteriorata, i parlanti spontanei sono ormai rarissimi, buona parte della popolazione ne ha una competenza passiva;  è sempre più difficile trovare interlocutori validi per una ricerca sistematica, in ogni caso quello che viene fatto è un lavoro di scavo linguistico con tutti i rischi di manipolazione da parte di chi consapevolmente testimonia su qualcosa di estinto e sepolto da decenni. Eppure l'aidonese, forse più degli altri è stato fatto oggetto di studio, dalle testi di Laurea delle dottoresse Carmela Davide, Lucia Todaro, Francesca Ciantia, Sandra Raccuglia, al dizionario curato dalla stessa Raccuglia e pubblicato dall'Università, alla pubblicazione delle poesie di Vincenzo Cordova a cura del dott. Angelo Trovato per giungere infine ai proverbi e testi vari in aidonese pubblicati dal dott. Gaetano Mililli. (v. bibliografia) A Piazza Armerina, dove il vernacolo ormai non è più parlato comunemente,  in compenso, si registra l'attività ininterrotta di  un numero notevole di scrittori in galloitalico che, attraverso poesie, satire, cannovacci teatrali, tengono desta l'attenzione sul dialetto che considerano parte importante del loro patrimonio culturale  e come tale degno di essere conosciuto da tutti ma in modo particolare dalle nuove generazioni; per fare solo alcuni nomi tra i contemporanei: Pino Testa, Aldo Libertino, Lucia Todaro, Tanino Platania, che intercalano la pubblicazione di testi con pubbliche letture e piece teatrali.

Diversa la situazione a Nicosia, Sperlinga, San Fratello e Novara di Sicilia e nelle   varie frazioni, dove, seppur con diversa sfumature, il galloitalico è sentito come elemento di identità cittadina,  parlato in tutti gli strati sociali, .  Certamente su questo atteggiamento estremamente positivo ha giocato molto la relativa vicinanza tra di loro di questi centri  che ne ha fatto quasi un enclave in cui ciascuno riconosceva nel vicino un proprio simile rispetto al resto dei siciliani;  è nata dunque la  consapevolezza della lingua come elemento di  coesione ed identità da una parte e  di distanza e diversità dall'altra, che li ha spinti a proteggere e conservare piuttosto che ad aprirsi e a cedere. Il bilinguismo è presente anche in questi paesi, oggi, più che con il siciliano, con l'italiano, ma la "seconda lingua" è riservata ai forestieri, mentre tra paesani veri e  propri e paesani galloitalici si predilige la "lingua madre".  Certo negli ultimi decenni anche qui c'è stato una  inevitabile perdita di esiti lessicali per adattare la lingua alle esigenze della vita quotidiana che ha ha visto la sparizione di molti  mestieri e  ambientazioni. Ma anche qui a gelosi custodi dell'idioma amato si ergono poeti e scrittori in galloitalico. Solo qualche nome. A Nicosia  il facondo Sigismondo Castrogiovanni e poi  Francesca Fascetta, Grazia Gangitano, Enza Giangrasso, Santina Monsù; a Sperlinga: Antonino Lo Bianco, Giovanna Lo Bianco, Salvatore Lo Pinzino, Salvatore Lo Sauro, Maria Seminara; a San Fratello: Calogero Cassarà, Bettina Di Bartolo, Carmelo Lanfranco, Filadelfo Lo Paro, Serafina Miraglia, Grazia Regalbuto, Carmela Ricciardi, Rosalia Ricciardi e Benedetto di Pietro che, pur non abitando in Sicilia, continua a tenere desta la sua appartenenza con raccolte poetiche, favole e saggi.

Di vitale Importanza l'opera svolta da molti decenni dall'Università di Catania con il professore Giorgio Piccito che ne è stato l'iniziatore, il prof. Giovanni Tropea che tanto ha contribuito a gli studi e alla divulgazione e oggi il prof. Salvatore C. Trovato, il prof. Salvatore Riolo (v. bibliografia). torna sù

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