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  poesie in vernacolo aidonese   -    poesie in vernacolo piazzese

Si riportano qui dei testi esemplificativi: un piccolo saggio di poesie in vernacolo aidonese e piazzese. Sono testi letterari, infatti tutti i dialetti galloitalici sono caratterizzati  da una grande mole di produzioni  poetiche, nella gran parte di carattere satirico e narrativo. I componimenti, di autori vari,  risalgono, tranne l'ultimo, agli inizi del Novecento.
La fonte di ispirazione  di questi poeti, di cui si dà notizia nelle note, è in genere la quotidianità, con i protagonisti, nel bene e nel male, della vita cittadina: personaggi locali, ben riconoscibili ai lettori dell'epoca. 

La grafia di tutti i brani  è stata adattata a quella usata per tutti i testi citati nel sito, esplicitata qui di seguito.

Nota ortografica: indicazioni per la lettura

        < ' >     l’apicetto con valore di vocale mutola, atona va sempre usato perchè anche laddove sembra una parola tronca se ne sente lo spazio vuoto.  l'apostrofo italiano viene invece reso con il < - > trattino   

  <   < chj >  affricata postpalatale sorda, come in chiacchera

     < dd >   l’occlusiva cacuminale del siciliano come in:  beddu,  caddu,

     < ë >  vocale anteriore semichiusa,   quasi una < i > molto aperta 

      <ghj>  affricata postpalatale sonora come in    famìgghja, figghju e figghja….

       < ngh>   nasale velare, usata in fine parola e seguita sempre dalla mutola, nell'aidonese: bastungh’, bungh’, fingh’, vingh’…

      >   vocale  posteriore    semichiusa  quasi una <u> molto  aperta

     < r >  vibrante rotata lene, come in  caro,carezza  

      <rr> vibrante rotata forte come in Roma 

       < sc+ e, i,>  < sci+a,o,u >  fricativa mediopalatale sorda forte, come in:  sciocco 

       < sg+ e, i, >  < sgi+ a,o,u >  fricativa mediopalatale sonora, come nel francese jamais, je 

        < z >  affricata dentale sonora come in : zero, in contrapposizione a  < zz > di pazzo  

       < - >  il trattino di unione, oltre che come apostrofo      indica che nell’incontro fra due o più parole si sono verificati   fenomeni di adeguamento sintattico del tipo: 
a)        n-brazz (piazz.: un braccio, aid. in braccio ), m-pasg’ (in pace),n-ddurdìè  
b)      a-d-a (l’a-d-a ,lo deve),   d-â,  a-d-â  (ai, agli alle), d-ô / a-d-ô (al, allo);
c)        gghj-à-da (gli deve, ci ha da),  s-à-da (si deve, si ha da);
 
d)   a-d-accuscì  e  d-accuscì ; 
N.B.
 la < -d-> ha valore eufonico e nell’aidonese più recente si indebolisce in < r > :     < s- av-d-a fer’ > < s-av-a-ra fer’ >, si doveva fare, < s- à-da fer’ e    s’à-ra fer'> ,si deve fare.   l’accento tonico è segnato:
a)        sulle parole tronche, sdrucciole e bisdrucciole e mai sulle piane;
b)        sulle parole in cui vi siano due o più segni vocalici a contatto, in qualsiasi posizione purché su uno di essi cada l’accento tonico;
c)        segnare sempre l’accento grave su: < è > ed < à > verbo per distinguerle dalle preposizioni.
                                                

       < ^ >    l’accento circonflesso serve per indicare la contrazione di vocali 
a)         nelle preposizioni articolate:  es. â, alla;  , dalla;  nella; ê  ai, agli, alle;  ô, al;  û   per del dello…..
b)        e  nelle forme:   nôn,  non lo;  nên non le; ggh- ê fer’ glieli devi fare, gghê c’è.

 

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POESIE IN VERNACOLO AIDONESE: dadunìs'

A.Ranfaldi : " Sunett' ca cuva"
F. Consoli :  "Piccà "
V. Cordova: "Cunsigghj'  a na carùsa maira"

Aidone: Antonino Ranfaldi  (1868-1945)

L'autore  Antonino Ranfaldi, nato in Aidone nel 1868 e morto a Piazza Armerina nel 1945, fu medico nonché letterato e autore di poesie e testi teatrali.
Il testo è riportato dal prof. Giorgio Piccito nel volume XXV  della rivista "L'Italia Dialettale (1962), la trascrizione che  viene data è adattata alla grafia usata in tutti i testi qui proposti. Il titolo è preceduto dalla dedica* al destinatario e protagonista della poesia il cui nome, Antonino Profeta Ranfaldi,  si evince anche dalle iniziali di verso, in maiuscolo, dal momento che si tratta di un acrostico. Era l'omonimo cugino del poeta, sindaco dell'epoca e  nei cui confronti egli mostra dedizione ma anche ammirazione.
Interessante, per il discorso sul galloitalico che stiamo facendo, è l'accenno alla differenza tra il dialetto e la lingua cittadina che testimonia, in un'epoca così antica, la situazione di bilinguismo già consolidata in Aidone.

 Sunett' ca cuva


Sonetto caudato

A ddinga ch-agn' giurn' us' â v'rsùra
Nan eja com-a  cudda c'tatìna:
Tu l-àj-a p'rdunè sa sta matina
O mirt' to s' ncula cu russura.

Nan è, com' a tuscana, gran s'gnura
Idda n-testa s' ntruscia a mant'lina.
Nan vò ntras'r,  no, dâ to purtina,
O scianch' a l-om' vo r'stè  â v'rsura.

P' fèr'la  rr'vè za sta via
Rann  à stait' u b'sogn' ch-à s'ntùit':
O to  n'mich', sa parra s' gghj' via!

Fasgiss'n'  ddasagn'  e fav' cùit',
E nan unsciass'n'... a testa!...Ngià s'ddìa!
Tutt' s' n-àn'  anè a zappè nt'  l-ùit'.

Ancura av'  a capì, 
Razza d' scecch'  vigghj'?!
Annèv'n!  P' vui  nan è u  Cuns'gghj'

Nan n'  fè  nf'l'nì, 
Fasgìn'  stu  faùr',
Avanz' cà v-avìa v'  fè cû scur'.

L-àva, nsumma  a f'nì?
D'  frà  v'  prii, fasgì'n'  sta car'tà:
I gint'  von'  agnungh' a l'bartà
.

La lingua che ogni giorno uso in campagna
non è come quella cittadina:
tu la devi perdonare se questa questa mattina
al tuo merito si accosta con rossore.

Non è, come la toscana, una grande signora,
lei in testa si avvolge la mantellina.
non vuole entrare, no, dalla tua porta 
al fianco dell'uomo vuol restare in campagna. 

Per farla venire fin qua,
grande è stata il bisogno che ha sentito:
al tuo nemico, se parla gli si butta addosso!

Facessero pure lasagne e fave cotte
e non ci gonfiassero...la testa! Già infastidisce!
se ne devono andare tutti a zappare l'orto.

Ancora dovete capire,
razza di asini vecchi?!
Andatevene! il Consiglio ** non è per voi

Non ci fate arrabbiare,
fateci questo favore,
prima che ve la dobbiate fare la buio.

Insomma, la dovete finire!
Da fratello vi prego, fateci la carità:
le persone vogliono ognuno la libertà.
Aidone 26 giugno 1902

*  " L'eccellentissimo Sig. Cav. Antonino Profeta Ranfaldi vorrà accettare il seguente acrostico in rime aidonesi"

**  il Consiglio, come suggerisce lo stesso autore, è quello Comunale.

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A.Ranfaldi : " Sunett' ca cuva"
F. Consoli :  "Piccà "
V. Cordova: "Cunsigghj'  a na carùsa maira"


Aidone:
FRANCESCO CONSOLI (1880-1951)

Francesco Consoli, nato in Aidone nel 1880, fu autodidatta, di cultura eclettica e di temperamento estroso ed inquieto.
Le sue poesie, dal carattere satirico erano ben conosciute ai suoi compaesani. Questa, risale con molta probabilità agli inizi del Novecento.
Il testo è riportato dal prof. Giorgio Piccito nel volume XXV  della rivista "L'Italia Dialettale (1962). Protagonista è una ragazza di cui l'autore sembra invaghito ma che è innamorata di una altro.

             P'ccà

              Peccato

P'ccà  sa gran' carusa!
ch-è bedda, ch-è sciauràra!
E pui ch-è g'niùsa,
pulita e ns'gnurara!

Cu  n-tutt' ch-à i parint' 
d'  bascia  cugn'ziungh'
cumparsa fa, ô pr'sint',
dâ figghjia d-un  barungh'.

Ch' ugg' !  Sa talìa,
fa r'v'nìr  i mort',
e sadd'  î  mal'zìja 
fa dritt' i ciunch' e tort'!

E pui, quann' s-î  strinz'
e mint' a pampanedda...
idì..., quann' gghj' pinz' 
m' codd' a vavaredda!

M' sint' a rr'mudder',
fè u cur' a ticch' e tocch',
nan pozz' ciù  parrer',
e par' tunn' locch'!

Ma porch' d' ddu munn'
cu gghj'  putìa p'nzèr'
ca d-un murtizz' tunn' 
s-avìa  nnamurèr'?

Ddair', maufàit' e lisc',
ciù ddair' d-un sc'mmiungh',
nnî gamm' è  tisc' tisc',
jê brazz' à d' scrup'iungh'!

E nan gghj-è ciù r'pàr' 
s-ù  mis' u chjiacch' ô codd' 
Gioia, tìsor' rar',
p' ti d'vint' fodd'! 

 

Peccato questa gran  ragazza!
comm'è bella, com'è florida!
e poi quant' è simpatica,
pulita e signorile!

Nonostante abbia i genitori 
di bassa condizione (sociale),
al presente, fa la figura
della figlia di un barone.

Che occhi! se guarda 
fa risuscitare i morti,
e se li fa maliziosi
rende dritti i paralitici e gli storpi!

E poi  quando se li stringe 
e li socchiude un poco...
ahimè!...quando ci penso
ingoio la pupilla(me ne vado in deliquio)!

Mi sento venire meno,
il cuore fare tic-tac,
non riesco più a parlare,
e sembro proprio (del tutto) un allocco!

Ma porco di quel mondo,
chi lo poteva immaginare
che andasse a innamorarsi
di uno del tutto malaticcio?

Brutto, malfatto e insulso,
più brutto di uno scimmione,
nelle gambe è smilzo
è ha le braccia di uno scorpione!

E non c'è più rimedio,
se l'è messo il cappio al collo!
Gioia, tesoro raro,
per te divento folle!

A.Ranfaldi : " Sunett' ca cuva"
F. Consoli :  "Piccà "
V. Cordova: "Cunsigghj'  a na carùsa maira"

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Aidone: 
Vincenzo Cordova (1869-1943)

Vincenzo Cordova, rampollo  e pecora nera della famiglia che aveva dato i natali al Ministro Filippo Cordova, nacque in Aidone nel 1869. Nella sue epigrafe sepolcrale si autodefinisce poeta dal "verso satirico e mordace / che di mentir giammai non fu capace", fu uomo di temperamento estroso e vivace, amante della musica e della poesia, anticlericale. anticonformista, ma attento anche alla vita del popolo e soprattutto dei contadini; i versi più belli e gradevoli sono infatti quelli dedicati alla gente comune, privi del livore che a volte contraddistingue la sua poesia satirica, quando si rivolge ai potenti e ai parvenu.
La poesia è stata pubblicata per la prima volta dal prof. Giovanni  Tropea nel vol. XXXIII fasc.5 delle "Memorie  dell'Istituto Lombardo-Accademia di Scienze e Lettere", nel 1973,la trascrizione che è data è adattata alla grafia usata in tutti i testi qui proposti. 

       Cunsigghj' a na carusa màira

Consigli ad una ragazza magra

Digghj' a to matr' ch' t' ddiva buna,
a carn' è menza dota pâ carusa;
se stai intra tutt' i giurn' nciusa
nan t' marìj' e non poi fè  furtuna.

Ntê fest' viavàt'n' a-dâ missa,
strinz't'  buna ch' t' sgridda u pitt',
mint't' i vistij' i ciù pulit',
vid' se poi ncagghjèr' ncocch' fissa.

Non gghj'  dd'vè  ntô pangh' ciù muidda,
d'  pasta  viattìnn'  na scuìdda;
se non m'  scut'  fai a to sv'ntura,
e rest' p'  iancàu d'  tannura.


Dillo  a tua madre che ti allevi (nutra) bene,
la carne è mezza dote per una ragazza;
se stai  tutti i giorni rinchiusa dentro
non ti sposi e non puoi fare fortuna.

Nelle feste vattene a messa,
stringiti bene affinché ti sgusci il seno,
mettiti i vestiti più carini,
vedi se puoi accalappiare  qualche fesso.

Non togliere più la mollica nel pane,
ingurgita (gettatene dentro) una scodella di pasta;
se non mi ascolti fai la tua sventura,
e resto per "mascella" da focolare (zitella).

A.Ranfaldi : " Sunett' ca cuva"
F. Consoli :  "Piccà "
V. Cordova: "Cunsigghj'  a na carùsa maira"

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Poesie piazzesi in vernacolo di Piazza Armerina: ciaccës'

CARMELO SCIBONA (1865-1939): Lariu u Mancös'

REMIGIO ROCCELLA (1829-1916): Pâ mort' d' n-Vësch'

GIOACCHINO FONTI (1926-...): E n-autr' amicu s' n' va

Carmelo Scibona (1865-1939)


Carmelo Scibona nacque a Piazza Armerina nel 1865 e vi morì nel 1939; proveniente da una famiglia povera divise la sua vita tra la poesia e il mestiere di falegname. Le sue poesie in dialetto sono raccolte in un volume che lui stesso intitolò " I mi f'ssarì " (Le mie stupidaggini), l'editore e e il dottore Arena che ne curarono la pubblicazione preferirono intitolarlo "U cardubu" (Il calabrone), per sottolinearne l'intento satirico.
Il testo proposto è forse uno dei più conosciuti dello Scibona, che amava tracciare con pochi ed indimenticabili tratti il carattere dei  suoi compaesani:  il sedicente "primo cacciatore" è smentito dalla preda, è così bravo che al posto del piccione, ad occhi chiusi, ha catturato la civetta
che esibisce con orgoglio.
 

               Lariu u Mancös' *

Ilario il Mancino*
 

Lariu u Mancös è u prim' cazzaör'
Cu fatt'  veru, è veru professör
Quann' a 'n-cunigghj' sû  pigghjia d'  mira
Prima  nz'rragghja  l-öggi e pöi gghj' tira
L-an'malett' ch'  n-è  già nfurmà 
Gghj' fa na r'saredda e  s'  n'  va.

L-autra giurnada  u vitti  a M'rringh'
Era d'  posta nô menz'  û giardingh'
Tutt-a  na vota scarìscia m-p'cciöngh' 
S' sus'  e u pönta cû pezz' û furcungh'
Sempr' cu l-oggi  nciösi, a Sant' Lucca!
Sbagghja ô p'cciöngh' e nzerta na cucca.

Tutt' cuntent' s-a ment'  nei mai
A va mustrann' a tutt' i v'ddai
Cöst' u talinu d' quant' è garrös' 
- Cöss' cu è dò Lariu u Mancus'?!
Eu sâ capisc' s' spënza a cudera
Pigghja dda cucca e sâ  muccia darrera....

 

Ilario il Mancino è il primo cacciatore
nei fatti è un vero professore
Quando un coniglio se lo prende di mira
prima stringe gli occhi e poi gli spara
L'animaletto che ne è già informato
Gli fa una risatina e se ne Va.

L'altro giorno l'ho visto a Merlino ( il nome di una contrada)
Era di posta in mezzo al noccioleto 
A un tratto scorge un piccione
Si alza e lo punta con il pezzo di forcone (il fucile)
Sempre con gli occhi o San Luca!
Sbaglia il piccione e prende una civetta.

Tutto contento la prende in mano 
la va mostrando a tutti i contadini
Questi lo guardano per quanto è stupido
- Questo chi è don Ilario Mancuso?!
Egli capisce si alza la falda del vestito
Prende quella civetta e se la nasconde dietro.

* il mancino, questo è il significato del termine, usato come soprannome; non si può ignorare però che a Piazza Armerina è anche un cognome diffuso e che l'articolo in genere precede sia il cognome che il soprannome.

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CARMELO SCIBONA REMIGIO ROCCELLA  -  GIOACCHINO FONTI


P
iazza Armerina:  REMIGIO ROCCELLA (1829-1916)

Remigio  Roccella (1829-1916), notaio, consigliere comunale e sindaco a Piazza Armerina, pubblicò nel 1957  il  "Vocabolario della lingua parlata a Piazza Armerina", nel quale, per primo, tentò di dare una forma scritta al galloitalico e vi dettò le regole cui si attennero  i poeti e gli scrittori in galloitalico e non solo suoi contemporanei. Pubblicò anche  una raccolta di testi  "Poesie e prose in lingua vernacola di Piazza Armerina" e una commedia "Scuta a ta pà". In questo sonetto celebra la morte del nemico al quale non concede neppure l'onore delle armi: odiato in vita e in morte.

         Pâ mort' d' n-Vësch'
 

Per la morte di un Vescovo

Scattà butrica, dd' cör d' fëu
Dör' com' na  preia  d' f'sgìu
Cö ch' fu lup' e nan cangià d'  pëu
E dû  sch'fì  d'  l-'ömi  fu  sch'fìu.

Prima fu camurrista d'  casteu,
E pöi fu  Vësch' d' lu Papa Piu;
Nascì,  campà, murì com'  n-Ebreu
Nër',  tënt', gulù, scruccöngh' e  viu.

E mëntr'  gghj'  n'scëa l'arma d'  m-pëtt'
U  diavu  dû  nfern'  com'  n-gatt',
Lest'  s'  gghi'  vià  sövra dû  ddett'.

L-arma  n'scì  scantada  com'  n-ratt'
Cö  s-a  f'rrà, e pöi  com'  un fuddëtt'
Mënz'  u  ddusg' a  purtà, com'  era u patt'.


Piazza armerina 1872
 

Morì Pancione, quel cuore di fiele
Duro come una pietra di fucile
Quello che fu un lupo e non cambiò di pelo
E della feccia degli uomini fu feccia.

Prima fu camorrista di castello
E poi fu vescovo di Papa Pio;
Nacque, visse, morì  come un ebreo
Nero, cattivo, goloso, scroccone e vile.

E mentre gli usciva l'anima dal petto 
Il diavolo dall'inferno come un gatto
Lesto gli si buttò sopra il letto.

L'anima uscì spaventata come un topo
Quello se l'afferrò, e poi come un folletto
In mezzo al fuoco la portò, secondo il patto.

CARMELO SCIBONA REMIGIO ROCCELLA  -  GIOACCHINO FONTI

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Gioacchino Fonti (1926-...)

Gioacchino Fonti nacque a Caltanissetta, ma visse a Piazza fin da bambino; professore di Educazione Artistica alla Scuola Media, fu cultore del dialetto di Piazza Armerina, di cui curò anche un vocabolario, e poi scrittore e pittore. La poesia qui presentata fa parte della raccolta "Parra Ciazza"; ha pubblicato anche un'altra raccolta, "U sbrims Paisangh'  " , in cui sono comprese delle prose
 

E n-autr' amicu s' n' va

E un altro amico se ne va

Me matruzza, m' patri, a me mastrasta
E tanti  tanti  amisgi...ad ungh' ad ungh',
V-avè  cugghjuit'  a strata dû radungh'.
O mort, mort', cu e ch'  t'  cuntrasta?
Non gghj-òi ciù  ddarmi, non gghj-òi ciù  prièri
P'  dè basta  a stu  scium' d' d'lör
Ch'  m-à  s'ccàit' l-ögg', i senzi, u cör':
Ch' m-à rrubàit'  u megghj' dî  p'nzeri.
U söi ch' tocca a tutt'. E' liggi onesta.
Ma fuss'  mpuru  giust' ch' l-es'stenza
Non canusciss'  amör'. Sta  p'n'tenza
L-à-da paiè  dè voti cö ch' resta.
Ma ch' m' dann' a fè: u giö è cöst'
A vita  döna e ddeva, u voi capì?
E iè  m-òi a cunvenz', amicu mi
Spett'  u m' temp' ormai.  Sarv'mi u post'.

Mia madre, mio padre, la mia matrigna
E tanti amici...ad uno ad uno
Avete percorso il cammino del raduno (l'espressione indica anche il far strada velocemente)
O morte, morte, chi è che ti contrasta?
Non ho più armi, non ho più preghiere
Per  affrontare questo fiume di dolore
Che mi ha inaridito gli occhi, i sensi, il cuore:
Lo so  che tocca a tutti. E' legge onesta:
Ma sarebbe pure giusto che l'esistenza 
Non conoscesse amore. Questa penitenza 
la deve pagare due volte chi resta.
Ma che mi dispero a fare : il gioco è questo
La vita dà e toglie, lo vuoi capire?
E io mi devo convincere, amico mio 
aspetto il mio tempo ormai. Conservami il posto.
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CARMELO SCIBONA REMIGIO ROCCELLA  -  GIOACCHINO FONTI